“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”
Giovanni Falcone
Il mondo politico, lo sappiamo, è una continua altalena di eventi grandi e piccoli, di importantissimi avvenimenti come di piccole quotidiane discussioni: è qualcosa di mobile, di mutevole e in continuo mutamento, proprio perché contribuisce a questo mutamento. Ogni tanto però –ma in fondo non così raramente, siamo pur sempre uomini – avviene qualcosa che ci colpisce di più della quotidianità, qualcosa di terribile o di meraviglioso: sono quegli eventi che rappresentano i momenti di crescita comune di uno Stato. Momenti pubblici importanti.
Uno di questi momenti, uno dei più drammatici della nostra storia moderna, fu senza dubbio quello della strage di Capaci, in cui, come tutti sappiamo bene, perse la vita il magistrato Giovanni Falcone assieme a Schifani, Montinaro e De Cillo, uomini della sua scorta alla guida della Croma marrone colpita in pieno dall’esplosione. Una strage tanto cruenta quanto simbolica. Ma quegli anni di violenza vanno ricordati seppure con dolore, proprio per la sofferenza che sono ancora capaci di suscitare: sono avvenimenti che non si dimenticano e che abbiamo il dovere di non scordare.
La morte di Falcone deve rappresentare per noi un exemplum: quello di uno dei tanti uomini morti a causa della mafia, quello di uomini che nonostante le difficoltà si sono mantenuti coerenti al loro ideale di giustizia fino in fondo, che non sono scesi a compromessi d’interesse, che non si sono tirati indietro di fronte al pericolo perché avevano scelto. Volevano distruggere la mafia.
Lo spirito italiano vanta grandi eroi ma purtroppo anche tanti vili che lasciano nelle mani altrui i rischi, la patata bollente, e aspettano. Aspettano per essere solidali quando arriva il peggio.
E Falcone purtroppo non è stato aiutato, anzi è stato lasciato solo proprio quando aveva più bisogno di sostegno: ha dato la sua vita suo bel paese mentre il paese lo aveva abbandonato e, anzi, addirittura attaccato.
Ma dove è andato oggi il senso di quel momento: non corriamo il rischio di rendere quella commemorazione solo un altro dei tanti giorni della memoria con corone di fiori a seguito?
Proprio nell’ultima fase politica di elezioni si è discusso animatamente di mafia e politica. Ma è possibile che ricordiamo le tanti morti degli anni passati e contemporaneamente abbiamo ancora il coraggio di discutere se gli inquisiti debbano accedere in Parlamento? Falcone –e molti altri- è morto e noi “discutiamo se” sia il caso? Loro sono morti per questo.
Evidentemente non abbiamo imparato niente. E allora possiamo anche finirla di passare simbolici minuti di silenzio ipocrita se tutto ciò deve servire a questo. Cioè a niente.
Ma oggi ci sarà sicuramente qualche altra emergenza: c’è l’emergenza rifiuti, ci sono i rom da prendere a calci: cose più importanti della mafia.
Qualcuno, tanto tempo fa diceva “historia magistra vitae”. Mah…
Natalizio Melissa
23 maggio 1992 La strage di Capaci: ma ci ricordiamo davvero di Falcone?
Maggio 23, 2008 a 10:48 am (News, informazione, la nostra storia)
Tags: Falcone Strage di Capaci 23 maggio
“Che fine ha fatto il giornalista?”
Maggio 20, 2008 a 8:38 am (News, informazione)
Tags: Travaglio Santoro giornalista informazione
20 maggio 2008.
Questa mattina sono uscite sulle testate di molti giornali le parole di Romani, sottosegretario con delega alle Comunicazioni del nuovo governo Berlusconi: sono parole di giudizio e pregiudizio verso i giornalisti Rai dopo il marasma scatenato dal povero Travaglio alla puntata del 10 maggio di che “Che tempo che fa” , parole che sembrano non tenere conto del ruolo di “terzo” del giornalista. Non appare infatti un caso che le accuse di incompatibilità vengano poste, anche se non ufficialmente, a quelle figure giornalistiche che non vogliono cedere al conformismo al quale molti loro colleghi si sono adattati. Basta porre l’attenzione ai nomi citati dal sottosegretario, Santoro, Maria Annunziata e Travaglio, per rendersi conto di quanto sia mirato questo attacco: vengono casualmente messi sotto accusa proprio quei pochi giornalisti che cercano di fare il loro lavoro senza intermediari, aderenti ai loro doveri di informatori imparziali. Gli ultimi “non schiavi” di quel palinsesto politico che ogni giorno viene rifilato ai cittadini come informazione.
Eppure il ruolo sacro di giornalista era riuscito a sopravvivere persino nella tensione politica degli anni della “Strategia della Tensione”: ora, sotto forma di un perbenismo piuttosto contestabile, il rischio è quello dell’appiattimento di quella classe che dovrebbe essere sempre e in ogni caso imparziale. Una parola che in questi ultimi dieci anni mostra di aver perso il suo senso, un confine temporale che fatalmente sembra coincidere con la scomparsa di Biagi.
Grazie a figure come Santoro e Travaglio – ma per fortuna anche di molti altri- molti programmi della Rai riescono a mantenere quel livello intellettuale e d’informazione totale che nelle altre emittenti televisive è purtroppo venuto meno – escludendo naturalmente le dovute eccezioni, come molte trasmissioni di La7 -.
La trasmissione televisiva italiana non può permettersi di perdere figure professionali tanto forti e valide poiché la nostra Costituzione sancisce la libertà di espressione, e soprattutto la pone nelle mani della classe giornalistica che ha “il diritto e il dovere” di informare.
Così, in questa ambigua situazione istituzionale che cerca di alienare il lettore con le nostre ingarbugliate leggi, le norme di correttezza professionale del giornalista sembrano quasi una bella fiaba:
“è diritto inalienabile del giornalista la libertà di informazione, ossia la libertà di attingere le notizie, sottoporle al vaglio della critica, conformemente alla verità sostanziale dei fatti” (1°reg.)
(Vaglio della critica, verità sostanziali, dice.)
“Devono essere sempre scrupolosamente osservate le esigenze della verità, l’imparziale interpretazione dei fatti e la fedele divulgazione delle notizie” (3° reg.)
(e già la parola “divulgazione” ci fa un po’ ridere).
Questa favola fa un po’ ridere, vero?
Perchè dopotutto non va così male, dopotutto qualche modifica non può fare tanto torto alla verità Che cosa può cambiare se le istituzioni coordinano e scelgono le notizie da pubblicare. Va tutto bene ugualmente: questi giornalisti sono pazzi, sono solo egocentrici scrittori che godono nel diffamare i delinquenti: a noi italiani le manfrine piacciono così tanto.
Lo dice anche la quarta regola:
“nella vita delle libere istituzioni dello stato democratico è doveroso cooperare alla retta informazione dell’opinione pubblica”.
Ah, scusate, ho fatto un errore, qui si parla di “stato democratico”.
…e vissero tutti felici e contenti….
Melissa Natalizio
18 maggio 1969 Lancio dell’Apollo 10 : in corsa verso la luna
Maggio 18, 2008 a 6:22 pm (la nostra storia)
Fu la prima missione della NASA con l’obiettivo di un atterraggio direttamente sulla superficie della luna, risultato che verrà raggiunto con l’Apollo 11.
Gli uomini dell’equipaggio, formato da Cernan, Stafford e Young, avevano partecipato ad altre missioni precedenti (la missione Gelmini e la missione Mercuri) e avevano il compito di sperimentare l’atterraggio di un modulo lunare previsto per il successivo lancio: il modulo lunare, chiamato Snoopy dai piloti stessi, arrivò all’altezza di 15 km dalla superficie lunare.
Le immagini raccolte dal modulo furono le prime a colori della Luna.
Bisogna riconoscere in quell’evento uno dei grandi successi degli Stati Uniti: fu posto un obiettivo, fu studiato e programmato, fu ottenuto. Come un moderno Cesare .
Ma la causa prima di tanto entusiasmo fu decisamente più umana e meno idilliaca della semplice attuazione di un sogno: una bella rivincita sui russi.
Veni, vidi, vici. Si, ma non senza un motivo abbastanza consistente, urgente. L’urgenza di quegli anni era semplicemente l’esigenza di rivalsa sull’altro: e se i russi sperimentavano i primi lanci nello spazio, gli Stati Uniti dovevano essere i primi a raggiungere la Luna: Kennedy investì in quell’impresa una cifra enorme per l’epoca, circa 25,4 miliardi di dollari del 1969 per il programma e 28 miliardi di dollari del ’94 per le navicelle della missione Apollo.
La vittoriosa riuscita dell’allunaggio fu la vera dimostrazione che gli americani volevano dare ai loro avversari. Se vogliamo, possiamo tutto, anche passeggiare sulla luna. Era questo il messaggio. Era questa la Guerra Fredda, fatta di sfide a distanza, di botta e risposta politici ed economici.
Lo dimostra il fatto che lo straordinario investimento per le missioni spaziali fu tagliato e ridimensionato prima di concludere il programma con la missione Apollo 19, 20 e 21.
L’obiettivo ormai è un altro, la Luna è passata, è demodé, è troppo romantica. Adesso la corsa è verso Marte.
Povera Luna, presa, osservata, circondata di uomini e macchine dopo secoli di solitudine, ora abbandonata per nuova mercanzia; ma Marte è più vicino e coerente alla nostra modernità; Marte è il dio della Guerra e della Distruzione (anche di massa?).
A chi non torna in mente la nota immagine di Méliès. Quel volto lunare trafitto da un missile così simile ad un proiettile?
Melissa Natalizio
17 maggio 1981 Referendum abrogativo sull’ABORTO (legge194)
Maggio 18, 2008 a 6:13 pm (la nostra storia)
Tags: aborto legge 194
Non fu semplicemente un voto ma un grande risultato nella vita di ogni donna e della società italiana; non si trattava solo di scegliere se l’aborto fosse legale o meno: il vero quesito era se fosse la donna a dover scegliere per sé stessa o se dovesse essere lo stato a farlo per lei. E la donna, con la sua intima forza, ha vinto questa battaglia: una battaglia in cui volevano entrare troppe persone, troppe istituzioni, dimenticando la segreta e infelice natura di questo evento e trasformando quel singolo dolore in un fatto qualunquistico e generico. Ma l’aborto non è semplicemente una questione di principio fra Stato e Chiesa, fra laici e Cattolici: era questo il senso di tale legge.
Purtroppo ancora oggi molti non comprendono la forza psicologica e civilizzatrice della legge 194 e di quanti progressi abbia dato alla nostra società, che ha visto una drastica diminuzione del numero di aborti nel corso degli ultimi decenni. Grazie a quel 88,4% di italiani che votarono contro la sua abrogazione nel maggio ‘81.
Procediamo per assurdo: senza questa legge forse la Chiesa Cattolica sarebbe stata entusiasta del risultato ottenuto, di aver finalmente mutato in legge un dogma religioso (atteggiamento ormai noto chiamato fondamentalismo ). Ma quante donne avrebbero continuato a morire per aborti clandestini e dolorosi, fra le sofferenze più atroci e un grande segreto dolore; il solitario dolore in cui tante donne sono state lasciate in passato sembra non fa pietà.
Ne sarebbe valsa la pena?
Viene inoltre da domandarsi in quale anomala maniera venga percepito l’aborto dagli uomini di chiesa: uomini (e sottolineo “uomini”) presumibilmente atti alla castità, senza figli e senza una propria famiglia. Come può parlare di aborto chi non potrà mai capire i sentimenti che suscita un tale momento? Come può parlare di aborto chi non ha problemi di stipendio e avrà sempre un tetto sotto cui ripararsi e pane per sfamarsi? Come può parlarne chi non sa cosa voglia dire “precarietà” in ogni senso della vita?
Mi chiedo spesso se non sarebbe più dignitoso e giusto insegnare la prevenzione e l’uso di anticoncezionali piuttosto che voler propinare al prossimo un’improbabile castità.
Del resto non dovremmo aspettarci troppo appoggio, noi donne: il cattolicesimo fondò secoli fa il termine “femmina” per sottolinearne l’inferiorità rispetto al maschio: “fe”e “minus”, “cioè meno capace di comprendere e praticare la fede”.
Noi donne, così corruttibili, dovremmo dedicarci interamente alla casa, ai figli, a tutte le gravidanze nate da “atti puri”, con l’unico fine di procreare.
Per fortuna qualche volta la ragionevolezza umana si manifesta inaspettatamente indipendente dal pensiero spirituale.
D i v u l g a r e
Maggio 15, 2008 a 4:43 pm (informazione)
Tags: divulgare comunicare informare
Divulgare non significa semplicemente informare: vuol dire diffondere cognizioni e notizie, espandere il più possibile la conoscenza, vuol dire parlare soprattutto con la gente e specificare dove, come, quando e perché avviene un determinato evento.
Vuol dire togliere dubbi alle persone, comunicare la verità a tutti coloro che vivono in un paese, e che, per questo, ne hanno il diritto; vuol dire renderli consapevoli. Purtroppo l’inconsapevolezza della gente è uno degli strumenti con cui molti mantengono la propria posizione di privilegio; solo chi ha qualcosa da nascondere combatte la consapevolezza, la diffusione delle notizie.
La nostra costituzione sancisce ad ogni individuo- non ne determina alcuno in particolare- la libertà di parola e di espressione come diritti fondamentali: eppure per chi crede nel giornalismo oggi la situazione è dura; siamo nel 2000 e l’informazione viene ancora saggiamente modulata dalla politica, dal potere e dalla religione. Grazie anche ai contributi fiscali dei cittadini.
Tutto questo non viola solo la costituzione ma principi morali ed etici di un popolo, principi che dovrebbero essere posti al di là della politica e della religione, principi che, chi può, fa finta di vedere per poi ignorarli.
Melissa Natalizio
13 maggio 1978 Legge 180/78
Maggio 13, 2008 a 7:52 pm (la nostra storia)
Tags: Add new tag, Basaglia, legge180, malattia mentale, manicomi
Il giorno 13 maggio 1978 entrava in vigore una legge che istituiva la chiusura dei manicomi e un servizio sanitario pubblico per la cura dei problemi psichici: la legge, nota come legge Basaglia, fu una vera e propria rivoluzione nella cura della malattia mentale.
Fino ad allora i manicomi erano luoghi di emarginazione e solitudine, e l’unico obbiettivo era il contenimento fisico dell’ammalato, ammansito e reso passivo dall’uso pesante di medicinali e psicofarmaci estremamente dannosi per l’organismo; in più, si faceva largo uso dell’elettroschok, una tecnica che prevedeva scariche elettriche all’encefalo ripetute per un determinato periodo di tempo. Un metodo cruento e spesso più dannoso che curativo. Gli ammalati si trovavano spesso in pessime condizioni di vita, umiliati e frequentemente maltrattati: erano semplicemente luoghi di raccolta in cui malati di schizofrenia, di esaurimento nervoso e tossicodipendenti “vivevano” assieme, senza distinzione e senza cura affettiva.
Purtroppo occorsero diversi anni affinché i manicomi venissero chiusi definitivamente (Legge Obbiettivo, 1994) e le Regioni fornissero le varie città di centri appositi specializzati.
La legge Basaglia voleva ridare dignità ai pazienti, considerandoli soprattutto persone e creando personale specializzato: dovevano essere curati, non emarginati e resi passivi. La vera rivoluzione fu l’approccio di umanità da trasmettere ai malati: fu il primo passo verso il Servizio Sanitario Nazionale poiché istituì il Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.).
Grazie a questo decreto la cura della malattia mentale fu regolato da leggi giuridiche basata sui diritti costituzionali quale la dignità della persona e il diritto di qualsiasi cittadino alle cure mediche. Fu un grande passo per la civilizzazione del nostro paese poiché fu l’incipit ad un sistema sanitario, quello italiano, atto a garantire le cure sanitarie a prescindere dal censo e dalla ricchezza dell’individuo. Ancora oggi questa legge, confluita nella legge833/78 ( 23 dicembre 1978 ) tutela la cura dei disturbi psichici.
Come possiamo vedere non parliamo di tempi particolarmente distanti: fino a poche decine di anni fa chiunque soffrisse di queste patologie veniva frequentemente abbandonato in quei luoghi di solitudine, spesso destinato a morire solo e senza affetto. Ricordiamoci sempre , perciò, che il benessere e i vantaggi del presente sono frutto di chi prima di noi ha sofferto o ha visto la sofferenze ma soprattutto di chi è intervenuto veramente per risolverli.
Melissa Natalizio
(dati tratti da Wikipedia)






