“Che fine ha fatto il giornalista?”

20 maggio 2008.

Questa mattina sono uscite sulle testate di molti giornali le parole di Romani, sottosegretario con delega alle Comunicazioni del nuovo governo Berlusconi: sono parole di giudizio e pregiudizio verso i giornalisti Rai dopo il marasma scatenato dal povero Travaglio alla puntata del 10 maggio di che “Che tempo che fa” , parole che sembrano non tenere conto del ruolo di “terzo” del giornalista. Non appare infatti un caso che le accuse di incompatibilità vengano poste, anche se non ufficialmente, a quelle figure giornalistiche che non vogliono cedere al conformismo al quale molti loro colleghi si sono adattati. Basta porre l’attenzione ai nomi citati dal sottosegretario, Santoro, Maria Annunziata e Travaglio, per rendersi conto di quanto sia mirato questo attacco: vengono casualmente messi sotto accusa proprio quei pochi giornalisti che cercano di fare il loro lavoro senza intermediari, aderenti ai loro doveri di informatori imparziali. Gli ultimi “non schiavi” di quel palinsesto politico che ogni giorno viene rifilato ai cittadini come informazione.

Eppure il ruolo sacro di giornalista era riuscito a sopravvivere persino nella tensione politica degli anni della “Strategia della Tensione”: ora, sotto forma di un perbenismo piuttosto contestabile, il rischio è quello dell’appiattimento di quella classe che dovrebbe essere sempre e in ogni caso imparziale. Una parola che in questi ultimi dieci anni mostra di aver perso il suo senso, un confine temporale che fatalmente sembra coincidere con la scomparsa di Biagi.

Grazie a figure come Santoro e Travaglio – ma per fortuna anche di molti altri- molti programmi della Rai riescono a mantenere quel livello intellettuale e d’informazione totale che nelle altre emittenti televisive è purtroppo venuto meno – escludendo naturalmente le dovute eccezioni, come molte trasmissioni di La7 -.

La trasmissione televisiva italiana non può permettersi di perdere figure professionali tanto forti e valide poiché la nostra Costituzione sancisce la libertà di espressione, e soprattutto la pone nelle mani della classe giornalistica che ha “il diritto e il dovere” di informare.

Così, in questa ambigua situazione istituzionale che cerca di alienare il lettore con le nostre ingarbugliate leggi, le norme di correttezza professionale del giornalista sembrano quasi una bella fiaba:

“è diritto inalienabile del giornalista la libertà di informazione, ossia la libertà di attingere le notizie, sottoporle al vaglio della critica, conformemente alla verità sostanziale dei fatti” (1°reg.)

(Vaglio della critica, verità sostanziali, dice.)

“Devono essere sempre scrupolosamente osservate le esigenze della verità, l’imparziale interpretazione dei fatti e la fedele divulgazione delle notizie” (3° reg.)

(e già la parola “divulgazione” ci fa un po’ ridere).

Questa favola fa un po’ ridere, vero?

Perchè dopotutto non va così male, dopotutto qualche modifica non può fare tanto torto alla verità Che cosa può cambiare se le istituzioni coordinano e scelgono le notizie da pubblicare. Va tutto bene ugualmente: questi giornalisti sono pazzi, sono solo egocentrici scrittori che godono nel diffamare i delinquenti: a noi italiani le manfrine piacciono così tanto.

Lo dice anche la quarta regola:

“nella vita delle libere istituzioni dello stato democratico è doveroso cooperare alla retta informazione dell’opinione pubblica”.

Ah, scusate, ho fatto un errore, qui si parla di “stato democratico”.

…e vissero tutti felici e contenti….

Melissa Natalizio

Biagi assieme ad Indro Montanelli

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